Ordinamento Penitenziario: la questione del diritto all’affettività

Come abbiamo già ribadito in altra sede, la Riforma del OP (Ordinamento Penitenziario) voluta dal Ministro della Giustizia Orlando ha portato alla luce interessanti spunti di riflessione sulle vita intramuraria delle carceri italiane. Nello specifico, questo riforma si è rivelata essere parecchio innovativa sul fronte dei diritti umani. Infatti, il comma 85 lettera n dell’unico articolo che costituisce suddetta riforma, stabilisce e garantisce il diritto all’affettività.

Il diritto all’affettività e sessualità

Cosa sancisce nello specifico la Riforma Orlando? Questo è il testo della lettera n, co. 85, Art.1: “riconoscimento del diritto all’affettività delle persone detenute e internate a disciplina delle condizioni generali per il suo esercizio”. Di cosa si tratta? Il diritto all’affettività non è niente altro che il diritto del detenuto di intrattenere relazioni sentimentali e sessuali con persone esterne, anche se la sua persona è soggetta a restrizioni di libertà inflittagli secondo legge. Si tratta, stando a quanto stabilito dal Consiglio d’Europa (C.d.E) di un diritto inalienabile dell’uomo: un diritto trasversale che investe in campi della dignità umana, dell’umanità stessa del trattamento dei nostri simili e della salute. Secondo quanto ribadito da alcune raccomandazione del C.d.E (Raccomandazione n.1340 (1997), Assemblea generale sugli effetti sociali e familiari della detenzione; Raccomandazione R2 (2006), Comitato dei ministri, sulle regole penitenziarie europee; Raccomandazione del Parlamento europeo n. 2003/2188 (INI), marzo 2004, sui diritti dei detenuti nell’UE) l’affettività e la sessualità sono importanti per lo sviluppo della persona del detenuto e influiscono sul suo percorso rieducativo. Una loro preclusione potrebbe incidere sulla loro condotta e sul loro stato psico-fisico, generando situazioni di vero e proprio disagio che potrebbe portare il soggetto a pratiche degradanti per sé e per gli altri.

Problemi attuativi

Si tratta di una prospettiva interessante che potrebbe incidere sulla vita intramuraria in maniera positiva. Ma malgrado l’interesse suscitato presso alcune formazioni politiche progressiste da questa riforma (varata nel luglio 2016 e resa operativa nel 2017, almeno su carta), la riforma stessa suscita alcuni problemi operativi di non poco conto. Come poter effettivamente operare una simile scelta innovativa? Alcuni vorrebbero che all’interno dei 193 istituti penitenziari italiani, venissero forniti degli spazi adibiti a questi incontri coniugali: piccoli spazi simil-familiari che ricreino una momentanea situazione quotidiana dove il detenuto possa consumare il proprio rapporto matrimoniale. Se ciò non fosse possibile, bisognerebbe, secondo alcuni, garantire allora al detenuto la possibilità di colloqui privati all’interno del carcere stesso, in uno spazio lontano dagli indiscreti occhi degli agenti. Un problema di non poco conto dato che per legge è stabilito che la funzione dell’agente in sede di colloquio non ha il compito di impedire l’intimità, quanto quello di impedire l’insorgenza di comportamenti sospetti con finalità generali di tutela dell’ordine e della sicurezza all’interno della struttura. Ogni impedimento è solo una conseguenza indiretta.

Stato dell’Arte

Per quanto si apprezzi lo sforzo del Legislatore per una così delicata materia, teniamo a specificare alcune cose, a scapito di equivoci. Teniamo a far sapere che siamo interessati che la vita intramuraria sia tranquilla e condotta nel rispetto delle norme vigenti stabilite dalla Costituzione, e siamo oltremodo sensibili ai trattamenti umani; ma non possiamo permettere che un diritto così importante si ponga come trampolino di lancio per generare situazioni ambigue e rischiose all’interno delle carceri; situazioni che andrebbero a ledere il buon nome dell’Istituzione e la serietà del compito affidatoci.

Nell’attuale legislazione esistono i cosiddetti “permessi premio”, istituiti con il famoso Art. 30ter della Legge n.354 del 26/07/1975. Qualcuno potrebbe dire che sono soluzioni palliative che parzialmente risolvono il problema concernente il diritto all’affettività. A chi ci pone questa domanda, rispondiamo che in mancanza di altro, questa è la via consolidata da seguire. E dato che ad oggi ancora la garanzia di questo diritto è solo una petizione di principio (dato che manca una disciplina delle condizioni generali per il suo esercizio) resta la migliore opzione possibile attualmente, con buona pace di tutte le parti politiche. L’attuazione è, invero, ancora lontana, ma la Riforma Orlando ha posto una prima pietra nella questione del diritto all’affettività. La questione, per la sua delicatezza, merita un’attenzione speciale.

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