Ordinamento Penitenziario: la questione sulla certezza della pena

L’attuale clima del Paese, visti i recenti sviluppi della cronaca sembra necessitare di una riflessione sincera sulla sicurezza. Sicurezza che spesso viene sbandierata a destra e manca dai proclami elettorali, ma su cui davvero manca un vero pensiero direttivo.  Si parla spesso di sicurezza, ma non si parla mai di certezza della pena, ovvero della effettiva applicazione della pena detentiva.

Chi meglio di noi della Polizia Penitenziaria può spiegare davvero cosa accade in questo fondamentale reparto dello Stato? Più di molti altri che dall’esterno parlano, noi possediamo contezza dell’attuale situazione delle carceri e dell’ordinamento penitenziario. Teniamo a far la nostra parte, rendendo pubblica la nostra esperienza diretta, specie dopo la recente riforma dell’ordinamento penitenziario voluta dal Ministro della Giustizia Orlando. Nello specifico tratteremo oggi della questione che ruota intorno alla certezza della Pena. Nei giorni a seguire i riflettori verranno puntati invece su altri settori specifici dell’attuale ordinamento penitenziario (da ora in poi OP).

La questione della certezza della pena

Se in alcune sue parti è davvero risultato essere per certi aspetti davvero innovativo, per altri la riforma Orlando sembra aver confuso davvero le acque. Da una lettura del testo della riforma risulta una grave ambiguità sull’attribuzione di certe responsabilità, che non si capisce se restano nell’ambito OP (e quindi nel comparto esecuzione della pena) o se passano al Cpp (codice di procedura penale): insomma si hanno più petizioni di principi che vere e proprie direttive ministeriali da seguire in questo ambito.

Sembra che la riforma del OP voluta da Orlando abbia ingarbugliato le cose più che semplificarle. Non asseriamo di certo che fosse questo l’intento, ma il risultato ci pare evidente. C’è stata infatti una forte depenalizzazione di alcuni reati, con la possibilità di godere della scarcerazione anticipata o addirittura prendere degli sconti dovuti alle attenuanti. Cosa che in effetti pesa sulla questione sicurezza e sulla percezione della sicurezza da parte della popolazione italiana. Il rischio maggiore di tale depenalizzazione è quello di far passare gli istituti detentivi come una casa-vacanze (ciò spiegherebbe anche le sprezzanti parole del criminale serbo e pluriomicida “Igor il Russo”).

Come agenti in servizio non possiamo che essere scontenti di un simile stato di cose. Per fare un esempio pratico (molto semplificato): quelli che arrestiamo, tra lo sconto di pena, le attenuanti ottenute in sede processuale e la buona condotta, rischiamo che i criminali recidivi restino per metà o meno della metà del tempo previsto dalla pena detentiva. Come a dire che quelli che chiudiamo in cella oggi, domani o dopodomani escono.

Speranze?

Servirebbe una revisione più severa sulla concessione di certi benefici per i detenuti recidivi, e criteri più obiettivi sul rilascio di attenuanti e sconti di pena. Ma una revisione come potrebbe essere attuata se la riforma prevede una clausola di invarianza finanziaria, che preclude già ogni possibile applicazione positiva della legge stessa?

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