Carceri al collasso: basta con i riformismi palliativi!

Negli anni abbiamo potuto constatare in prima persona che l’andamento delle carceri italiane sarebbe andato peggiorando. Non esistono “carceri-modello” in Italia, anche se alla politica piace pensarla così. La maggior parte delle 193 carceri italiane sono malridotte, in una situazione di sfacelo, con una popolazione carceraria superiore alla capienza per cui furono fatte in origine.

Quel che è peggio di questa situazione, oltre alla condizione dei detenuti che sono stipati nel poco spazio disponibile, è la condizione a cui noi poliziotti siamo costretti a lavorare. Non si tratta solo della situazione salariale (secondo il Legislatore adeguata ai costi attuali della vita): abbiamo un problema disciplinare dei detenuti, che nasce da una situazione sociale sempre più allo sbando. Continue giungono da più parti notizie di aggressioni e di violenze subite senza che vi sia una reale e forte risposta nei confronti dei detenuti violenti. Non diciamo di essere al collasso, ma sicuramente viviamo un periodo di forte criticità.

Le carceri negli anni passati

Nei lontani anni Settanta e Ottanta la situazione carceraria italiana era simile: il poco spazio e l’inadeguatezza delle strutture determinò una catena di violenze contro gli agenti. Solo il reale interesse del Legislatore salvò capre e cavoli, varando la Legge Gozzini, la quale prevedeva premi per la buona condotta ai carcerati. Fu una vera salvezza per la tranquillità nostra durante l’esercizio dei nostri compiti e assicurò una relativa calma anche ai detenuti stessi. Malauguratamente però il problema non era risolto: la Gozzini fu un buon palliativo, e portò sicuramente a diverse modifiche del OP, ma non bastò certamente. Oggidì ci ritroviamo in una situazione simile: carceri stracolme e un nuovo clima di violenze pronto a esplodere. Con una differenza fondamentale però: la popolazione carceraria italiana è adesso diventata multietnica, quindi più variegata e difficilmente inquadrabile.

Nuove Sfide

Le nuove sfide a cui il sistema penitenziario italiano è sottoposto a causa della situazione politica interna ed estera, sta generando una crescente crisi dell’istituzione, che sembrerebbe essere lasciata a languire dagli altri comparti statali. Si tratta di una crisi a cui la recente riforma Orlando ha tentato di dare una svolta consistente, riducendo le pene intramurarie per i crimini con una pena detentiva minore ai quattro anni. Una mossa in un certo senso obbligata, ma che non può risolvere il problema: semplicemente ne ha rimandato ancora una volta la soluzione.

E per quanto fosse un passo obbligato (quello di riformare l’Ordinamento Penitenziario), è un passo che potrebbe, politicamente, essere destinato all’impopolarità. Questo potrebbe avvenire poiché la percezione esterna che si ha dell’istituzione carceraria è una percezione distorta, spesso affetta da una profonda disinformazione. A questa distorsione  si sposa un atteggiamento popolare di intransigenza estrema (“dovrebbero chiuderlo dentro e gettare la chiave”). Atteggiamento che denota la mancanza di conoscenza del sistema stesso, della sua complessità e delle sfide, anche culturali, che giorno per giorno affronta.

Come agiamo

Il modello a cui noi ci atteniamo è un modello rieducativo che tende a trovare percorsi di reinserimento nella società. Qualunque detenuto (tranne i signori al 41/bis) possono usufruire di questi percorsi. Un modello legalmente sancito, che fonda il nostro codice penale e che in passato ha dato i suoi frutti. Malauguratamente questo stesso modello oggi presenta un certa inadeguatezza, data la situazione multietnica che si è venuta a determinare negli ultimi 10 anni. Annessa alla problematica del nostro modello d’azione, c’è il fattore della depenalizzazione voluta da Orlando.

Questa mina alla base il modello rieducativo e l’impianto della Gozzini, determinando un accumulo incontrollato di benefici da parte dei detenuti. Parte di questi benefici si concretizzano nello sfruttamento delle garanzie fornite dallo Stato in materia di lavoro dentro le carceri. Dentro il costo della vita di un detenuto è un irrisorio e parecchi diritti vengono garantiti, senza sfruttamenti di sorta. In sostanza tutto sembrerebbe spingere verso la delinquenza, in quanto più conveniente (economicamente almeno) rispetto alla vita nella libera società.

Richieste?

Serve una seria riflessione per ripensare la nostra istituzione e il nostro ruolo, adeguandolo a tutte le sfide che l’odierna società ci pone. Chiamiamo all’attenzione il Legislatore cosicché possa ascoltarci e insieme a noi formulare proposte serie. I palliativi rimandano solo temporaneamente il problema! Anzi spesso accrescono i le criticità su cui è possibile per vari agenti esterni fare perno al fine di scardinare i gangli dell’istituzione e creare situazioni di vuoto e di disomogeneità nel servizio.

 

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